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STUDI CLINICI: Marijuana, triplica il rischio di morte da ipertensione

 cannabis copy copy10 AGO La Repubblica-)La cannabis alza la pressione, fin troppo. Il consumo della sostanza è associato a un rischio triplicato di morte da ipertensione, secondo uno studio della Georgia University di Atlanta, negli Stati Uniti. I ricercatori hanno condotto un'analisi retrospettiva, raccogliendo gli studi del National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), l'indagine statunitense per la valutazione dello stato di salute e nutrizione degli adulti e dei bambini. Gli esperti hanno rivolto particolare attenzione all'analisi di questa possibile associazione in individui di 20 anni (o di età maggiore) in quanto normalmente rappresentano i maggiori fruitori della pianta di cannabis.

I risultati. Lo studio rivela chi consuma marijuana, rischia ben tre volte di più la morte dovuta a ipertensione rispetto a chi non ne fa uso e "se il suo consumo continua, il rischio aumenta ogni anno di più", afferma Barbara Yankey, della Georgia State University e autrice della ricerca. Inoltre, rispetto al fumo di sigaretta, la marijuana sembra causare effetti negativi, di portata maggiore, anche sul sistema cardiovascolare. "Sappiamo che nelle sale di emergenza si riscontrano numerosi casi di attacchi di cuore e angina in seguito all'uso di marijuana. Questo indica che l'uso di marijuana può avere conseguenze anche più pesanti sul sistema cardiovascolare rispetto a quello già stabilito per il fumo di sigarette, anche se il numero di fumatori analizzato nel nostro studio è stato piccolo e si dovrebbe fare un’analisi su un campione più vasto".


Lo studio.  Gli studiosi hanno successivamente incrociato i dati ottenuti dal NHANES con quelli relativi alle cause di mortalità relativi all'anno 2011, ottenuti dal National Centre for Health Statistics per stimare la presenza o meno di un'associazione tra il consumo della sostanza cannabinoide e il rischio di mortalità dovuto a eventi cardiaci. I 1213 individui sul quale è stata eseguita l'analisi retrospettiva sono stati suddivisi in gruppi in base al consumo (o meno) di marijuana e sigaretta: il 34% era non fumatore, il 21% consumatore di sola marijuana, il 4% consumatore di sole sigarette, il 20% consumatore di entrambe, il 16% consumatore di marijuana ed ex-fumatore e il 5% soltanto ex-fumatore. La durata media di marijuana considerata per lo studio era di 11 anni e mezzo.

I recettori. Tirando le somme, sembrerebbe che la pianta dai molteplici effetti –  specialmente analgesico, per alleviare il dolore provocato da alcune malattie e sballo, in chi ne fa uso personale – non sia poi così benefica per la nostra salute. Uno dei principi attivi dominanti della marijuana è il THC (tetraidrocannabinolo) che agisce legando due tipi di recettori presenti sulle nostre cellule: il recettore cannabinoide di tipo 1 (CB1), che si trova nel cervello, cuore, fegato e cellule dei vasi sanguigni, e quello di tipo 2 (CB2), presente soprattutto nelle cellule del sistema immunitario. L'attivazione di questi recettori sembra comportare nel primo caso effetti pro-aterogeni (che favoriscono l'aterosclerosi), nel secondo principalmente effetti anti-aterogeni.
 
Gli effetti sul sistema cardiovascolare. Oltre agli effetti evidenziati nella ricerca, la marijuana è nota per causare danni al sistema cardiovascolare: "Il consumo di marijuana ha sicuramente un effetto acuto sul sistema cardiovascolare – spiega Gianluigi Condorelli, direttore del dipartimento cardiovascolare dell'ospedale Humanitas di Milano - che comporta l'aumento sia della pressione arteriosa che del battito cardiaco (tachicardia), in seguito all'attivazione del sistema nervoso simpatico. Chi è già affetto da malattie cardiovascolari, può pertanto essere soggetto a un maggior rischio di infarto; è stato dimostrato, infatti, che c'è un incremento significativo (più di 4 volte) di infarto del miocardio entro un'ora dal consumo della sostanza psicoattiva. Più difficile, invece, è stabilire gli effetti cronici, a medio e lungo termine, scaturiti da tale consumo dato che molto spesso si inseriscono altre variabili sociali e abitudinali come ad esempio disagio sociale, stili di vita meno
sani come sedentarietà, abuso di alcool ed altre sostanze che rendono più complicata la definizione del ruolo specifico dell'assunzione di cannabinoidi (marijuana e hashish) rispetto ad altri fattori di rischio sul quadro clinico".