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CERTIFICATI DI MALATTIA: Maria Corongiu (Fimmg) Situazione fuori controllo , negli ospedali non si certifica la malattia ai medici di famiglia il 95% delle certificazioni

 prontoaccettaDOCTOR 33- (Mauro Miserendino) Da Milano a Roma, pubblici o privati, i pronto soccorso dimettono i lavoratori senza la prognosi essenziale ai fini di continuità della presa in carico e di percezione dell'indennità Inps. Al certificato deve pensare il curante sul territorio, ma non sempre può; ad esempio, quando il paziente è stato trattenuto uno o più giorni in attesa di accertamenti, senza essere ricoverato in reparto, e poi torna a casa con la diagnosi ma senza certificato. Certificare retrodatando sarebbe falso in atto pubblico: qualcuno propone di denunciare per omissione d'atti d'ufficio il collega del Ps che indirettamente induce al reato, visto che la legge Brunetta (165/2001) è chiara. Ma si continua a far finta di niente. Maria Corongiu segretario Fimmg Lazio a marzo ha scritto alla Regione. «Nel Lazio noi medici di famiglia tuttora redigiamo il 95% e passa dei certificati di malattia, gli ospedali che fanno altrettanto si contano sulla punta delle dita, è più diffusa l'inadempienza. A 15 anni di distanza la legge Brunetta non è applicata, e neanche il suo seguito del 2012 (decreto interministeriale 18/4 e legge 221, ndr) in cui è chiarito che per ogni paziente ricoverato al momento delle dimissioni va allegato il certificato di malattia: malgrado i colleghi siano precettati a certificare, nulla è successo. E penso che molti non conoscano nemmeno questa normativa». La patata si fa bollente quando il paziente passa dal Ps in astanteria e trascorre giorni interi in attesa di esami ed esiti, «dopodiché è dimesso senza certificato e viene da me. Con circolare 1074 del 9 marzo scorso -ricorda Corongiu- l'Inps ha ricordato a ospedali e medici dipendenti di non danneggiare i pazienti in questi casi, e di certificare su carta se proprio non ci sono le condizioni per fare il certificato telematico ma il messaggio è caduto nel vuoto più totale. I nostri assistiti continuano a venire con la lettera di dimissione senza prognosi, ma noi non sappiamo nulla della procedura avvenuta in Ps, né possiamo certificare la malattia a ritroso. Finisce che quei giorni di malattia vanno a incidere sulle ferie. Questa non è tutela del lavoratore».
Mauro Martini, già leader Snami ai tempi del recepimento della legge Brunetta in convenzione, esercita in una zona di Milano circondata da un anello di cliniche di rilievo nazionale, dove «le Asst fanno i certificati, anche qualche struttura privata, ma altre accreditate tentennano. Rispetto a un anno fa la situazione è migliorata ma solo in parte. In ogni caso, posso certificare il mio paziente e dargli prognosi dacché è tornato sul territorio. Se lamenta di esser stato dimesso dopo uno o più giorni di PS gli raccomando di farsi certificare, anche tornando in ospedale, la sua presenza nella struttura. All'Inps la certificazione di ricovero fa testo». Dal punto di vista del medico di Ps l'astensione dalla certificazione è omissione di atti d'ufficio. «Lo è se l'ospedale ha dato al collega gli strumenti per certificare e lui non lo fa -dice Martini - ma se la struttura non offre tesserina operatore e collegamento all'Inps l'omissione è della struttura». Denunciare all'Ordine? Per Martini «nel primo caso ci può stare, teniamo presente che chiedere a noi mmg di trascrivere dati - i giorni di prognosi - già inseriti nella lettera di dimissione a seguito di un percorso cui non abbiamo preso parte, stando in fiducia, non è un atto corretto né adeguato ai tempi, che a tutti i medici chiedono di affrontare un po' di burocrazia». Per Corongiu, «in genere partiamo dal presupposto che si tratti di colleghi come noi, oberati e non messi in condizione di lavorare bene, è difficile sentirsela di fargli passare un brutto quarto d'ora. Così come è inutile denunciare le mancanze della struttura all'Inps: sanno tutto e hanno fatto la circolare a marzo». Ma per il medico che non certifica, e pure per il suo dirigente, si configura illecito disciplinare. «L'ho ribadito nella nota alla Regione Lazio: la legge Brunetta e le successive sono state recepite nei contratti di lavoro e l'inosservanza degli obblighi di trasmissione dei certificati di malattia è soggetta a richiamo dell'azienda. Se ripetuta, comporta il licenziamento o, per i medici in convenzione con le Asl, la decadenza da quest'ultima».