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CORRIERE DELLA SERA: Covid, medici di base, Bartoletti: «Non sottovalutare il virus, cure a casa scelta vincente»

 6-rassegna-stampa thumb medium250 250di Francesco Di Frischia Il segretario dei medici di famiglia di Roma esamina il quadro epidemiologico nel Lazio: i positivi aumenteranno ma - senza fare terrorismo psicologico - dopo due anni di pandemia l'assistenza sul territorio è migliorata
Pier Luigi Bartoletti, segretario romano della Federazione dei medici di famiglia (Fimmg), fotografa così la situazione del Covid nel Lazio: «Riaprendo tutte le attività e abbassando il livello di attenzione dopo due anni di pandemia, è quasi fisiologico che ora il virus circoli un po' di più: il vaccino è stato utile per evitare le conseguenze gravi della malattia. Ora è atteso un numero alto di casi, molti gestiti a domicilio, fatto di certo positivo. L'alto numero di morti a livello nazionale dimostra che questa malattia non è una banale influenza. Ma il patrimonio di esperienze e i progressi fatti - e sono molti - vanno valorizzati, non certo gettati via».
Perché ancora così tanti casi nonostante il 97% di popolazione over 12 anni sia vaccinato o abbia già contratto il virus?
«A livello nazionale spesso le cure sono state concentrate negli ospedali. Nel Lazio ci sono meno morti perché qui la medicina del territorio è stata una scelta vincente: è stata più efficace, ha curato i malati a casa, in modo tempestivo e ha così ridotto il numero dei ricoverati e di chi è finito in rianimazione, come dimostra la situazione sotto controllo nei Pronto soccorso degli ospedali».
A volte chi va in ospedale viene curato tardi?
«A volte sì: la velocità di gestione del paziente Covid è aumentata tantissimo e curare a casa significa arrivare prima che il virus abbia fatto danni importanti». La pandemia è finita? «Il Covid non va via: rimarrà. Con la bella stagione i casi diminuiranno, ma l'attenzione va mantenuta alta per i soggetti più fragili: cronici, anziani, chi ha patologie immunologiche o fa trattamenti con farmaci immuno soppressori). Il Covid ormai è strutturale, e tutti gli anni dovrà essere gestita come una malattia generata da un virus respiratorio molto diffuso tra autunno e inverno. E l'esperienza fatta va portata a regime».
Che cosa vuol dire?
«Fino a 2 anni fa pochi medici di famiglia, forse il 20%, avevano ecografi: adesso molti hanno preso dimestichezza con mascherine, vaccini e altri strumenti per gestire meglio il rischio infettivo. Questo patrimonio va valorizzato in vista del prossimo autunno perchè il virus tornerà e sarebbe un grave errore sottovalutarlo: la Cina ce lo sta dimostrando. Si deve passare da una gestione socio-sanitaria, come le restrizioni e il green pass, a una gestione sanitaria rispondendo anche ai malati non Covid che sono stati penalizzati. Ma adesso dobbiamo recuperare».
Ma come si può provare a recuperare?
«Il sistema va riequilibrato, cercando di eliminare le prestazioni inutili e concentrandosi sul riadattamento dei servizi che hanno funzionato poco. Bisogna uscire dalla logica emergenziale e si deve puntare sulla programmazione: dai malati più importanti fino ai casi meno gravi».
L'emergenza è finità?
«Dal punto di vista giuridico può finire, ma dal punto di vista sanitario va tenuta sempre la guardia alta: questa malattia non è un'influenza e non è un raffreddore. Ci sono forme pesanti e gravi che possono mettere a rischio la vita e ci sono forme che si cronicizzano, come il Long Covid. E se l'emergenza dovesse ripartire, senza fare terrorismo psicologico, bisognerà riprendere misure estreme».
Che cosa di buono è stato fatto in pandemia?
«Sono stati fatti molti passi avanti dal punto di vista assistenziale. Un esempio è l'aver fatto prescrivere ai medici di famiglia i farmaci innovativi per il diabete, la fibrillazione atriale e le malattie respiratorie: così meno burocrazia meno sprechi di visite e spirometrie inutili. Il risultato finale è di certo buono. Adesso il problema è mantenere i risultati ottenuti».
Ma ci sono stati anche degli errori.
«Sì. La comunicazione su AstraZeneca poteva essere fatta meglio. E ci abbiamo messo un po' di tempo a fare capire a tutti i medici che non bastava fare l'ordinario. Ma il risultato finale è di certo buono. Adesso il problema è mantenere i risultati ottenuti».
È una nuova sfida?
«Sì, non sarà facile, vista la congiuntura. Ma come diceva Keynes: "il problema non è avere idee nuove, ma cambiare il modo di pensare per attuare quelle idee". Molti pensano che ora si può tornare ai vecchi metodi. No: i miglioramenti vanno mantenuti valorizzando le cose buone fatte di fronte a una malattia sconosciuta, senza mascherine, farmaci, nè conoscenze scientifiche...».