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VENETO: «Dottore, sarà mica West Nile?»: scatta la psicosi nel Padovano

 zanzaratigre2 thumb250 250(Il Gazzettino) PADOVA - (LEGGI QUI ) Scatta la psicosi per West Nile virus: negli ultimi giorni centinaia di padovani assaltano i centralini di guardie mediche e medici di famiglia, spaventati da sintomi potenzialmente riconducibili alla malattia. Lo conferma il dottor Domenico Crisarà, segretario per la provincia di Padova della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg), di cui è anche vicesegretario nazionale. «I pazienti sono molto preoccupati - ammette - segnaliamo un po' in tutta la provincia un'ondata di richieste legate alla cosiddetta febbre del Nilo Occidentale. Dubbi, timori e informazioni si aggiungono all'attività relativa alla pandemia Covid». Non è un'estate semplice per la sanità padovana, visto che sono ancora 10mila i cittadini con il Covid e 809 i nuovi contagi nelle 24 ore.
L'ultimo aggiornamento del Dipartimento di Prevenzione dell'Ulss 6 risale a venerdì. Da fine giugno ad oggi in provincia di Padova sono stati segnalati 68 casi di positività al West Nile virus, tra questi 42 i pazienti colpiti da forma neuro-invasiva (che corrisponde a manifestazioni più gravi, quali meningite, encefalite e paralisi flaccida). Cinque, finora, i decessi. Andando a confrontare questa fotografia, con quella scattata negli anni precedenti dal bollettino di Sorveglianza delle Arbovirosi della Regione, emerge uno scenario preoccupante. Nel 2018 (l'anno più pesante per contagi West Nile) a fine stagione, il 30 ottobre, si contavano complessivamente 95 casi di positività su tutta Padova e provincia. Il 7 agosto 2018 erano appena 15. Dal 2019 al 2021, invece, la situazione si capovolge. Nel 2019 complessivamente si registrano 18 casi di West Nile nel Padovano, nel 2020 appena 7 in tutto il Veneto (senza distinzioni di territorio) e nel 2021 solamente 2 a Padova.
Se non è emergenza, è comunque una spinosa questione di sanità pubblica. Del resto, l'Istituto Zooprofilattico sperimentale delle Venezie chiarisce: «Il 2018 è stato un anno caratterizzato da un'intesa circolazione virale, con numerosi casi negli animali e nell'uomo e molti ritrovamenti di zanzare positive, mentre gli anni successivi sono stati relativamente "tranquilli" con meno casi a tutti i livelli. Ma le ultime evidenze ora indicano un'elevata circolazione del virus nell'ambiente».
«Riceviamo ogni giorno decine di messaggi, mail, telefonate da parte degli assistiti che chiedono consigli o sono allarmati per sintomi sospetti - racconta Crisarà -. Il problema è che non abbiamo un protocollo operativo. La Regione non ha instaurato un dialogo con la categoria: se abbiamo un paziente sospetto, che dobbiamo fare? C'è una corsia preferenziale in vista di questo aumento di casi di West Nile? Al momento la cosa più importante è fare diagnosi differenziale rispetto al Covid. Quindi, se un assistito mi dice di avere la febbre per prima cosa prescrivo un tampone. Chiaramente se i sintomi sono più preoccupanti, lo invio al pronto soccorso». La diagnosi avviene prevalentemente con test di laboratorio su siero e, dove indicato, su fluido cerebrospinale: viene prelevato un campione di liquido con una puntura lombare e/o un campione di sangue dal braccio. Così si cercano gli anticorpi, che possono persistere per periodi anche molto lunghi (fino a un anno). Significa che la positività a questi test può indicare anche un'infezione pregressa. La diagnosi, dunque, non è così immediata come con il Covid. I campioni raccolti entro otto giorni dall'insorgenza dei sintomi potrebbero anche risultare negativi, pertanto è consigliato di ripetere il test prima di escludere la malattia. In alternativa la diagnosi può avvenire con elettroencefalogramma o risonanza magnetica.